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24 January 2013 @ 11:14 am
[COW-T #3] Every great mistake has an halfway moment  
Titolo: Every great mistake has an halfway moment
Beta: lisachanoando
Rating: G
Wordcount: 1454 (FDP)
Genere: Introspettivo
Warning: Gen
Note: Scritta per portare punti alla squadra dei phade nel Cow-t #3 di maridichallenge (Missione 1: Guerra) ed è valida anche per 500themes_ita (tema 32: La mano del destino).
E' iniziato il Cow-T e io non potevo esimermi dall'utilizzare l'ambientazione di quest'anno, tantopiù che è così approfondita. Questa potrebbe essere la prima di una (possibile) lunga serie di one-shot. Forse. Vedremo. Intanto c'è questa.
Riassunto: "La veggente si sveglia di soprassalto, colta da un insopportabile brutto presentimento. Cosa succederebbe se gli eventi, così come li ha programmati, non portassero altro che guai?"

EVERY GREAT MISTAKE HAS AN HALFWAY MOMENT


La veggente aprì gli occhi di scatto e saltò giù dal letto un attimo dopo, mettendosi a correre verso la seconda e unica stanza che componeva la sua casa in questo nuovo universo. Una grossa roccia piatta proprio al centro fungeva da tavolo ed era ormai seminascosta dalla quantità di oggetti che ovunque andasse finiva per collezionare. Cominciò a spostare tutto quanto, facendo solo in parte attenzione agli oggetti più delicati, fino a liberare una porzione di roccia grande abbastanza da poterci stendere sopra una grossa mappa. Srotolò con cura il grande pezzo di pelle sul quale la mappa era disegnata e ne lisciò le pieghe dove queste la rendevano illeggibile.
Stavolta il mondo con cui giocare era enorme. Non più una città, non più un solo campo di battaglia, ma un intero pianeta e quattro civiltà così diverse tra loro da dare vita ad un numero ancora più alto di variabili e probabilità che modificavano il corso degli eventi anche mentre lei non guardava.
La questione delle visioni non era mai semplice come veniva descritta. C'erano momenti in cui lei davvero vedeva che cosa poteva accadere tra due possibilità. C'erano momenti in cui le possibilità erano più d'una e lei poteva vederle tutte. E c'erano momenti come quello, in cui tutto ciò che lei aveva minuziosamente preparato veniva minacciato da una singola azione che rischiava di rovinare intere partite.
La veggente osservò con attenzione la mappa che prese vita di fronte ai suoi occhi. Il verde divenne erba, l'azzurro acqua che lambiva le coste dei continenti appena al di sopra della superficie, si sollevarono le curve delle colline e i picchi delle montagne, dalla superficie piatta della mappa crebbero le rotondità dei tetti delle case Suthi, gli alti palazzi dei Crest con i loro sovrappassi, i monumentali santuari dei Phade lungo Kandor, ad est del deserto, e le nuvole sopra Mabaras si tinsero d'argento e d'oro, residui della magia dei Faràs. Di fronte a lei apparve il pianeta com'era e come sarebbe stato di lì a qualche mese quando la guerra sarebbe cominciata. Minuscole creature, visibili solo ai suoi occhi, si muovevano sulla mappa in tempi diversi, lasciando scie colorate del loro passaggio e permettendole così di seguire il concatenarsi delle conseguenze che le loro azioni avrebbero generato.
"Sì. Perfetto. Come da programma," si mise a borbottare, mentre girava intorno alla mappa, seguedo la scia verde-argento di una suthi. Girò intorno al tavolo improvvisato, osservandola entrare nel territorio dei Phade e lì mettere in moto scie blu, arancioni, marroni, rosse che si aprirono a raggera su tutta la mappa, innescando, intrecciando e a volte fermando altre centinaia di migliaia di scie finché sulla mappa non ci fu che un intreccio quasi incomprensibile, dal quale lei non staccò gli occhi. "Lì. E poi qui. E poi là, naturalmente."
Le scie si accavallarono le une sulle altre e poi all'improvviso, una di esse divenne grigia e, a ritroso, come se perdessero colore, cominciarono a diventarlo anche tutte le altre.
"Oh no!" La veggente saltellò agitata sul posto, stringendosi nelle spalle. "No, no, no!"
Ben presto, la mappa fu attraversata da strisciate grige che andavano annerendosi e solo qua e là, in qualche angolo della mappa, brillavano ancora i colori di alcune sporadiche scie che avevano l'aria di essere destinate a morire molto presto, ovunque andassero.
La veggente sbuffò irritata e si lasciò cadere lì dov'era, finendo seduta a gambe incrociate sul pavimento, i gomiti sulle ginocchia e lo sguardo contrariato sulla mappa e sulla nuvola nera di scie che ci aleggiava sopra. "Fantastico," sibilò contrariata. "Non funzionerà niente."
Il problema con le guerre era che non andavano sempre come dovevano andare, e questo le rendeva più brevi o più lunghe o – la cosa peggiore di tutte – alterava eccessivamente gli equilibri delle forze. E ciò non era ammissibile, soprattutto se era lei a fare in modo che le guerre si scatenassero. Non poteva certo mettere in moto il meccanismo e poi lasciare che questo finisse per sterminare un intera popolazione alla fine. Ma era quello che sarebbe avvenuto stavolta se non avesse fatto qualcosa.
"Erano anni che non succedeva più," si lamentò, mentre si stendeva a terra e apriva le braccia e le gambe, guardando il soffitto della grotta. Era passato un sacco di tempo dall'ultima volta. Era stato nel futuro della Terra più lontano nel quale si fosse permessa di guardare. Non c'erano più alberi, nè terra, nè cibo e gli esseri umani erano una sparuta minoranza in guerra contro i cyborg e le intelligenze artificiali da loro stessi create. Tutto era andato relativamente bene per qualche mese e poi, la creazione di un chip difettoso creato in un momento e un luogo così lontani dalla battaglia che lei nemmeno ci aveva pensato a controllare, aveva innescato una sequenza di eventi che avrebbe reso le macchine letali e sterminato quel che restava della razza umana. Aveva dovuto intervenire, e non era stato affatto facile.
La veggente sbuffò di nuovo, rotolando a pancia sotto sul pavimento. Si tirò un cuscino sulla testa e da sotto si lamentò sonoramente, agitando i piedi nudi. Non aveva voglia di riorganizzare tutto. Lo aveva già fatto, e ora avrebbe dovuto soltanto stare a guardare. Eppure la consapevolezza di doverlo fare la pungolava, anche se più che senso del dovere o senso di colpa, era la sicurezza che il destino non l'avrebbe lasciata in pace un secondo se non l'avesse fatto. Era incredibile la quantità di cose che potevano andarti storte se eri una veggente e ti rifiutavi di mettere in ordine dopo che avevi fatto confusione.
Rotolò di nuovo sulla schiena, tenne il cuscino stretto fra le mani e ci urlò dentro tutta la propria frustrazione. Quindi si tirò su in piedi e sospirò mentre si annodava i capelli dietro la testa.
Le conseguenze negative delle azioni di decine di persone si erano condensate in una nube nerastra sulla cartina. Gran parte dei territori dei phade e dei faras era distrutta. I suthi erano ora solo poche decine di migliaia tra le rovine di quella che pochi istanti prima era stata l'oasi in cui viveva la tribù Vanar.
"Va bene, immagino che questo significhi che il problema sono i crest," sospirò la veggente.
Chiuse il pugno sopra la mappa e fece sparire tutte le scie scure come avrebbe fatto nel pulire una ragnatela. Sulla mappa sembrò risplendere il sole e, in pochi attimi, l'erba crebbe di nuovo, le città rifiorirono e un considerevole numero di suthi andato perduto nel corso di pochi mesi comparve a riequilibrare la popolazione. Tornarono anche le scie colorate ma questa volta lei non si limitò ad osservarle e, muovendo le mani sulla mappa fin quasi a sfiorarle, ne spostò velocemente il corso, intrecciandole in maniera diversa. Le scie correvano e si moltiplicavano velocemente, percorrendo settimane in attimi e mesi in pochi minuti, ma lei ne seguiva gli spostamenti senza problemi, senza mai staccare gli occhi dalla cartina.
C'erano tre grossi eventi che non potevano avvenire, ma fermarli richiedeva un po' di attenzione. Sembrava quasi che interromperne uno non facesse che scatenare gli altri a ripetizione.
"Siete proprio sicuri di non voler continuare ad usare i vostri praticissimi lanciafrecce?" Si chiese la veggente tra sé e sé mentre cercava inutilmente di impedire la costruzione di un'arma troppo potente prima del tempo. "Non sono più carini?"
Seguì le tracce rosse di un phade lungo tutto il pianeta e corrugò la fronte, vedendolo tornare nel palazzo reale. "Oh no, andiamo!" La veggente sospirò, mentre le scie si coloravano di nuovo di nero. Spostò una cosa e poi un'altra, finché il nero non svanì per ricomparire altrove. "Adesso comincio ad arrabbiarmi," commentò, cercando di osservare la mappa da una certa distanza per capire che cosa fare.
Sospirò quando capì che c'era una sola opzione disponibile, a meno di non cambiare tutto quello che aveva fatto finora. Con due dita spostò qualcosa da una parte all'altra della cartina, come avrebbe fatto con una pedina su un cartellone da gioco. "Scusami, Cornelius," mormorò dispiaciuta. "Ma vedrai, Fermat non sarà troppo duro con te. Ti vuole molto bene."
Non appena quella scia raggiunse la capitale del regno, tutte le altre intorno si accesero di un bagliore biancastro che si spense un attimo dopo. La veggente rimase immobile, le mani sollevate a qualche centimetro dalla cartina. Seguì con gli occhi tutte le linee, le vide evolversi, moltiplicarsi, vide costruzioni ergersi e sparire nel giro di qualche minuto-secolo. Ma nessuna onda nera.
Socchiuse gli occhi mentre si accasciava sul tavolo e spettinava le punte degli alberi nella foresta alle pendici del Bushti, avvicinando la faccia alle minuscole creature che non potevano vederla. Sospirò di sollievo, sollevando le gonne delle signore.
"E' tutto a posto," disse alla fine, stiracchiandosi con un gemito soddisfatto. Adesso la battaglia poteva cominciare e concludersi senza troppi danni.
Almeno per lei.