Tabata (melting_lullaby) wrote,
Tabata
melting_lullaby

Storie COW-T #8, W8

Title: If cats could talk, they wouldn't (maybe)
Setting: Originale
Rating: SAFE
Wordcount: 1151
Prompt: Solitudine #2

Cipollino sa di essere un gattino molto fortunato.

Innanzitutto è stato salvato dal peggiore dei destini: crescere per strada, magari malato, magari super affamato, magari sotto la pioggia. Lui le sa queste cose, anche se non le ha viste succedere proprio per davvero perché era piccolo quando è stato portato via dal giardinetto dietro l'ufficio dove era nato. Gliele ha dette la sua mamma, però. La sua mamma non se la ricorda tanto bene, anzi quasi per nulla, però alcune delle cose che lei gli ha insegnato gli sono rimaste in testa. Per esempio, sa che sarebbe potuto morire per la strada dove ci sono le auto che non si fermano mai per fare attraversare i gattini.

E' fortunato perché adesso ha una casa. Anzi, ne ha avute due. La prima era un ufficio con un sacco di scrivanie e di mobili e anche una pianta, una specie di piccolo alberello, sul quale una volta molto coraggiosamente si è arrampicato. La seconda, che è quella in cui vive ora, è una casa vera, con più di una stanza, anche se poi lui non può entrare da nessuna parte per motivi che esulano dalla sua comprensione. Nessuna stanza dovrebbe essergli negata, tuttavia ciò accade ed è un problema che sta cercando di risolvere con incursioni a sorpresa. In questa casa ha ben tre cucce – un'altra cosa che lo rende un gattino fortunato – e una ciotola che viene sempre riempita di crocchette e di acqua. Ha anche un sacco di giochi. Per esempio, possiede un bastone con dei pesciolini attaccati, una pallina che fa rumore, un topo colorato e anche il peluche di un dinosauro che si chiama Sauro, anche se non è un nome che gli ha dato lui.

E' fortunato perché ha una padrona che gli vuole molto bene e anche un'altra persona che in linea di massima lo tollera, ma poi se lo dimentica, e gli vuole bene anche lei. Quando tutto va bene, lui diventa un gattino volante che non tocca mai terra perché viene passato di braccia in braccia e coccolato finché proprio non ne può più e allora si divincola perché ha bisogno della sua libertà.

E' fortunato, lo sa bene, ma ciò non lo esime – visto che bella parola? L'ha inventata lui! – dal soffrire di solitudine durante il giorno perché resta solo per tante ore e non sa che farsene di se stesso. Per la maggior parte del tempo dorme, d'altronde è un gatto, lo deve fare. Per distrarsi, cambia spesso cuccia. A volte dorme nel trasportino, che tra l'altro è nuovo nuovo. L'altro lo ha smontato a morsi e graffi l'ultima volta che è stato posseduto dal demonio. A volte succede, che lo possieda il demonio, tipo quando la sua padrona lo porta in giro sui treni e sugli aerei, in posti che non conosce, non si ricorda, oppure si ricorda benissimo e non ci vuole stare. In quei casi è più forte di lui, non può farci niente, comincia a mordere e ringhiare e si nasconde sotto i mobili e odia intensamente tutto quello che gli passa davanti.

Se non dorme nel trasportino, dorme sopra la sua cuccia a forma di squalo con la bocca aperta. Prima ci dormiva dentro, com'era giusto, ma ultimamente ha cambiato idea. A volte le fa queste cose. Dopodiché si mette a dormire nel cestino della frutta, se c'è spazio, o nella scatola della carta, se non ce n'è. Se queste due cucce non sono agibili, trova la cosa disdicevole e sale indignato sulla libreria, dalla quale può dominare il suo regno, che poi vuol dire la stanza.

Quando ha finito di dormire, va in esplorazione – ma non è che ci metta molto tempo – oppure gioca con qualche gioco, ma si stanca subito perché giocare da soli è noioso. Ed è lì che la solitudine lo attacca, lo afferra per a collottola e lo sconfigge. Improvvisamente tutte le cose che lo rendono un gattino fortunato non sono più sufficienti a renderlo un gattino felice. Certo, non può più morire investito da un auto, è stato vaccinato, mangia tutti i giorni, dorme al caldo e ha tanti giochini, ma è solo!

Solo!

Tragicamente solo!

In genere a questo punto si getta a terra e si rotola a destra e a sinistra per dare sfogo a tutto il suo malessere interiore. E' un abile maestro nell'arte ormai dimenticata della danza felina interpretativa, mica un gatto da niente! Quando però tutto quel rotolare non produce risultati, deve passare ad azioni più incisive, qualcosa che scuota l'opinione pubblica – o per lo meno l'opinione della non-padrona che non è uscita di casa e sta chiusa dentro l'altra stanza – che risvegli le coscienze, che produca un'onda altissima, tipo tsunami, che lo liberi dal giogo della solitudine.

Comincia a buttare in terra le cose. Studi scientifici condotti da lui stesso medesimo hanno rilevato come gli oggetti in caduta libera – specie se quando arrivano in terra fanno molto rumore – richiamano immediatamente qualcuno nella stanza. Lui comincia sempre con le bottiglie di plastica lasciate sul tavolo. Ci vuole poco a farle cadere per terra e fanno un bel rumore pulito che in genere basta a farsi sentire; il massimo risultato con il minimo sforzo.

Quando queste non funzionano, passa alla scatola della carta. E' molto facile farla cadere in terra e fa un rumore strepitoso, sembra che abbia fatto cadere qualcosa di molto più grosso e molto più prezioso; ma c'è una controindicazione. In genere l'umana richiamata non viene da lui chiedendo: “Che cos'hai fatto?” Con tono perplesso ma abbastanza gentile. No, arriva tuonando: “Adesso le prendi!” e poi lo rincorre, una cosa che sembra un sacco divertente, finché non lo prende e gli tira gli sculaccioni sul sedere. Quelli non sono divertenti per niente.

Quando anche lo scatolone fallisce è il momento di tirare fuori le armi pesanti. Nello specifico questo significa sedersi elegantemente vicino alla porta e poi intonare il canto della sua gente, che è composto da una sola nota – miao – per minuti interi fino a che non succedono due cose: o qualcuno lo coccola oppure prende le botte. Ma a quel punto ne vale la pena perché la sua solitudine è così profonda, così radicata nell'essenza stessa del suo essere, così totalizzante, che niente ha più importanza, deve cantare il suo dolore.

Tutto questo dura generalmente 84 anni ogni giorno.

Poi la sua padrona torna dalle lande sconosciute in cui si avventura ogni mattina e lo riempie di coccole e lo sbaciucchia e gli dà il cibo e lui diventa, come già diceva prima, un gattino volante che mai tocca terra.
La domanda che si pone, dunque, è questa: tutta questa solitudine, vale tutto quanto il resto?

La scienza felina indaga ma, nel frattempo, lui ritiene di poter dire che è un gattino felice anche se ogni tanto si sente molto solo.

Title: Brain Overload
Setting: Originale
Rating: SAFE
Wordcount: 381
Prompt: Ansia #2

“Ho studiato sei mesi, le cose le so,” Laura ripete questa frase da quindici minuti, due dei quali passati in metropolitana a fissare il proprio riflesso contro le porte a vetri.

Da casa sua all'università ci vogliono quindici minuti. E' partita due ore prima. Metti che mi sveglio tardi – si è svegliata prima che suonasse la sveglia –, metti che ci metto troppo a fare colazione – non ha mangiato niente perché le si è chiuso lo stomaco, metti che cammino più lenta, mi si rompe una scarpa, mi chiedono un'indicazione e finisce che perdo tempo a darla – alle sette e mezzo del mattino nel suo quartiere non c'è nessuno, è il vuoto, la devastazione desertica dopo un disastro naturale, il nulla della Storia infinita.

Arriva in facoltà che sono le otto. Ha l'esame alle dieci e mezzo, cioè dovrebbe iniziare alle dieci e mezzo, ma saranno tutti quanti fortunati se il primo entrerà alle undici, ma non succederà. Il corridoio di fronte all'aula è completamente vuoto, fatto salvo per un'altra pazza come lei che evidentemente si è buttata giù dal letto all'alba per essere qui a battere i denti e rileggersi gli appunti per la milionesima volta. Si scambiano uno sguardo di intesa, lo stesso di due disgraziate che vanno al patibolo.

Laura si toglie il cappotto pesante, la sciarpa, il cappello, ne fa una pila altissima senza preoccuparsi che cada o del posto che prende. Si siede sulla panca e solo dopo si accorge che la borsa è rimasta sotto tutti i vestiti. Sospira, si dà mentalmente dell'idiota e poi prova a tirare la borsa piano, per vedere se come il trucco della tovaglia, riesce a tirarla via senza far cadere niente. Ovviamente cade tutto e per un attimo – un attimo lunghissimo, tipo un minuto – lei non fa nient'altro che guardare tutta la sua roba per terra e lo prende per un segno di come sarà lei a fine giornata. Poi recupera tutto e lo rimette sulla panca, quindi apre il suo quaderno di appunti che è un delirio di frecce e rimandi e riassunti di riassunti di riassunti, indicizzati per parole chiave. “Ho studiato sei mesi, le cose le so,” ripete ancora una volta.
Poi incrocia le dita perché non si ricorda più niente.

Title: Dogs of war
Setting: Originale
Rating: SAFE
Wordcount: 553
Prompt: Pace #2

C'è stata una guerra in giardino.
Questa è l'unica cosa che le è chiara quando nota le tracce di terra che dalla porta finestra arrivano fino a metà corridoio. Segue la scia di devastazione che attraversa tutta la casa: i libri per terra, il portaombrelli ribaltato, le sue scarpe sparse per ogni dove.

Il giardino non è messo meglio. Una delle aiuole è piena di buche, qualche tulipano è stato dissotterrato. Il secchiello e le formine di Priscilla – quelli che sono stati comprati per il mare e che dovrebbero restare in garage da un'estate all'altra ma che il nonno le ha insegnato ad usare anche con la terra al parco – sono sotto il tavolo, rovesciati. Le sue piante in vaso sono accasciate di lato.

I colpevoli di questo macello sono ai due angoli del giardino perché, è evidente, durante la zuffa la portafinestra si è chiusa alle loro spalle e sono rimasti bloccati fuori e ora, pavidi, si nascondono l'uno e dall'altro ed entrambi da lei perché non possono più scappare.

Sansone è quello più ridicolo tra i due perché se ne sta tutto rannicchiato dietro i gerani come se quelli potessero nasconderlo in qualche modo; ma è davvero dura per dei gerani rossi, nascondere un cane nero di 90 chili con la testa grossa come quella di un essere umano. Uggiola, il pusillanime, e cerca di farlo con la vocina del povero martire. La guarda con gli occhioni tristi, prova a farle pietà.

Dall'altro lato Pedro è un fascio di nervi e sembra caricato a molla. Saltella, ma sul posto, a volte arretra. Sembra uno di quei giocattoli a molla che non vanno né avanti né indietro e vibrano, vibrano. E' un chihuaha e, come tale, fa confusione per quattro cani. Abbaia con urgenza, come volesse farle notare che qua, mentre lei non c'era, è successo il finimondo e, ovviamente, è tutta colpa dello spilungone.

Lei ne dubita. Sono due terremoti, ma Pedro è quello che comincia per primo, che gira intorno a Sansone – un monolite nero e pacato che vorrebbe solo starsene al sole – una, due, tre, quattro volte, finché quello non ne può più e gli abbaia di stare fermo. E allora Pedro lo morde, perché a Pedro non si urla, pena la perdita di una caviglia. Da lì in poi è facile capire che cosa è successo. Sansone si è alzato e lo ha rincorso, Pedro è sfrecciato come una palla da flipper da tutte le parti, solo che dove passa lui, non necessariamente passa sansone, da lì la distruzione.

Li chiama entrambi a sé e deve ripetersi due volte, poi entrambi si avvicinano, con la testa bassa e le orecchie piatte. Si guardano storto tra di loro e fanno gli occhioni a lei. Tipico. “Adesso fate pace,” dice severamente, tenendoli entrambi per il collare. Si ringhiano, Pedro mostra anche i denti aguzzi. “Ho detto, fate pace,” ripete lei, alzando la voce.

Pedro non cede, è la forza della nevrosi a tenerlo in piedi, ma gli alani non funzionano allo stesso modo. Sansone vuole solo tornare a dormire, così gli dà una leccata, ne basta una per lavarlo tutto e metterlo a tacere. “Molto bene,” annuisce lei soddisfatta.
Pedro non sa bene cosa sia successo, forse la pioggia, sa solo che ora è tutto spettinato.
Tags: !cow-t 2018, #2, originale
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