Tabata (melting_lullaby) wrote,
Tabata
melting_lullaby

Storie COW-T #9, W4

Title: 8880 chilometri
Setting: Originale
Rating: SAFE
Wordcount: 1260
Prompt: Partire per un lungo viaggio

La valigia sul letto è ormai quasi pronta per essere chiusa. Alice ci ha messo quasi due settimane a riempirla, un po' perché non sapeva esattamente che cosa metterci dentro – Cosa ti porti dietro quando parti per non tornare per anni? Solo lo stretto indispensabile per le prime settimane oppure tutto quello che hai? – un po' perché voleva trascinare questo momento il più a lungo possibile.

Prima o poi però dovrà chiudere la valigia e quando avrà fatto fare alla cerniera il giro completo, quel silenzio che sente premere ai lati finalmente romperà gli argini e cadrà sulla stanza, pesantissimo, costringendo lei e le altre ad affrontare la realtà di questa situazione. Finora lo hanno tenuto a bada con la musica, perché con le orecchie piene il cervello non pensa, e quindi via di spotify in repeat sull'ultimo album dell'unico cantante che le abbia mai messe d'accordo. Le stesse dodici canzoni tutto il giorno, una tortura auto-inflitta che neanche Guantanamo.

Camilla sta appoggiata con una spalla allo stipite della porta, il corpo esile e aggraziato sempre in posa per deformazione professionale – capita quando fai ginnastica ritmica dall'età di otto anni. Ha ancora i capelli raccolti perché viene dritta dall'allenamento. Non si è nemmeno fermata a cambiarsi dopo la lezione. Ha infilato i pantaloni e la maglietta sopra il body ed è corsa a prendere il motorino salutando tutti senza guardare. Non aveva tempo per restare a fare quattro chiacchiere. Sono settimane che non ce l'ha. I minuti, le ore, i giorni le scivolano tra le dita come fossero fatti di niente. E pensare che nemmeno sei mesi fa certi pomeriggi sembravano interminabili e si guardavano tutte e tre negli occhi chiedendosi l'un l'altra cosa fare. Ora non stanno mai abbastanza insieme.

“Hai preso tutto?” Chiede Ali, seduta sulla scrivania. Le parole le sono esplose fuori di bocca all'improvviso – come ne avesse perso il controllo – ma le altre due non fanno fatica a capire il perché. Erano minuti interi che trattenevano tutte il fiato con la paura che anche una sola parola pronunciata si sarebbe portata dietro tutte quante le altre, ma il silenzio cominciava ad essere quasi doloroso. Era normale che una delle tre prima o poi dicesse qualcosa.

“Credo di sì,” Alice guarda dentro la valigia – ci avrà guardato dentro duecento volte da quando sono lì – e guarda in giro per la stanza in cerca di qualcosa che può aver dimenticato, ma ogni volta che posa gli occhi su un oggetto le viene in mente la storia che c'è dietro, momenti a cui non pensava da anni e che le tornano alla mente proprio adesso, ovviamente, quando meno sono d'aiuto.

“Se ti dimentichi qualcosa, puoi sempre fartelo spedire,” commenta Ali, saggiamente. Le sue dita sfiorano il piano della scrivania con tocchi leggeri, seguendo la sonata nella sua testa, quella su cui dovrebbe esercitarsi in questo momento sul pianoforte di casa, invece di essere qui.

“Certo,” Alice annuisce.

Camilla espira così forte che sua sorella e Alice si girano di scatto e la guardano allarmate. Lo sanno che cosa sta per fare e non vogliono, non sono pronte. C'è una cosa che spesso la gente non capisce di Camilla ed è che dietro tutta quella grazia, dietro ai perfetti biche a boucle, c'è una che vorrebbe urlare tanto quanto tutti gli altri, ma non lo fa perché non se lo può permettere. Qui dentro, però, tra queste mura e davanti a loro due, può anche esplodere e lo farà tra meno di un secondo. “Va bene, adesso basta,“ dice infatti. “Siamo tutte molto tristi, ma non stai morendo e non stai andando su Marte. Vieni qui.”

Alice le va incontro e Camilla la stritola in un abbraccio, incurante dei suoi lamenti. Ali scende dalla scrivania dov'è stata appollaiata tutto il tempo e si unisce a loro, appoggiando la testa sulla spalla dell'amica. “Lo stato di Washington non è poi così lontano,” mormora, cercando di seguire l'ondata di positività di sua sorella.

“Infatti, cosa vuoi che siano ottomilaottocento chilometri?” Le fa eco Camilla. La sua voce trema un po', ma le viene anche da ridere che la prima cosa positiva da dire che è passata per l'anticamera del cervello di sua sorella è che da domani tra loro e la loro migliore amica ci saranno solo poco meno di novemila chilometri. Pensa cosa salterebbe fuori se si mettessero ad elencare le cose negative, invece!

La verità è che non sanno come comportarsi o come reagire, perciò vanno per tentativi, sperando di imbroccare il modo giusto di gestire questa cosa. A scuola ti insegnano un mucchio di cose, ma mai quello che ti serve davvero. Per esempio cosa devi fare quando la tua migliore amica ti dice che a giugno parte per gli Stati Uniti ma che, invece di tornare ad agosto come fa sempre, a settembre inizierà il liceo – anzi high school – a Seattle e non tornerà per almeno quattro anni.

A Camilla, Alice lo ha detto per prima. Sono uscite un pomeriggio che non avevano lezioni – di ginnastica una, di canto l'altra – e che Ali non poteva unirsi a loro perché doveva studiare. Alice l'ha portata al bar, le ha offerto una cioccolata calda. Era gennaio e faceva un freddo cane. Camilla non aveva neanche finito di togliersi il cappello e i guanti che Alice le aveva già vomitato tutto quanto addosso: “A giugno, dopo gli esami, parto per Seattle e mi fermo lì. Voglio fare il liceo in America, come la nonna.”

Camilla adora Nancy – la nonna di Alice – come la adorano tutti perché non si può fare altrimenti, ma in quel momento aveva provato un violento moto d'odio verso questa donna dolcissima e colta e simpatica di cui la sua migliore amica voleva seguire le orme ad un oceano di distanza da lei. Razionalmente sapeva che Nancy non aveva colpa di nulla – e anche se fosse stata lei stessa a spingere Alice a quella decisione, di certo lo avrebbe fatto per il suo bene – ma non voleva prendersela con Alice e non poteva prendersela certo con il personale del bar, perciò Nancy doveva bastare. Si sarebbe scusata, in futuro, se quel momento d'odio ingiustificato fosse venuto a galla in qualche discussione.

Era rimasta in silenzio così a lungo dopo la rivelazione che Alice aveva dovuto chiamarla per nome. “Cami? Dimmi qualcosa, per favore.”

Camilla aveva ricacciato indietro le lacrime e aveva tirato fuori chissà come un sorriso dalla fossa profonda della propria disperazione. “Va tutto bene,” aveva detto. “Troveremo il modo di restare in contatto. E' il 2024, siamo ad un passo dal teletrasporto ormai.” Poi si era fatta raccontare i dettagli, così da perdercisi in mezzo e da ignorare la questione principale.

Cinque mesi dopo hanno ancora lo stesso nodo in gola – forse perfino più stretto – ma hanno un piano strategico da seguire per non perdersi di vista. “Tornerò ogni natale,” dice Alice e sa che non è una bugia. Sua madre non può trasferirsi con lei, non ancora almeno, perciò dovrà tornare per forza. “D'estate, invece, verrete voi da me. E poi ci sono i cellulari. Sarà esattamente come prima, vedrete.”

Camilla pensa che niente sarà esattamente come prima – non lo era già più quel pomeriggio al bar – ma vuole sperare che non sarà neanche così diverso da come la paura fa loro credere. Cambierà la situazione, certo, e cambieranno loro, ma quello che sono sta tutto in questo abbraccio e loro non molleranno mai la presa.
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